« Sono scappato »

Intervista per il Corriere della Serra / Stefano Montefiori

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« Il caso Eddy Bellegueule » : la sua famiglia e il villaggio non l’hanno presa bene…
«Era giusto che io scrivessi questo libro. È una storia vera, è la mia vicenda personale, ma è anche un romanzo perché uso la letteratura per raccontare me stesso e quelle persone. Cerco di rendere il loro linguaggio, il loro modo di pensare. Non è stato possibile per una questione di diritti, ma avrei voluto citare la frase di Thomas Bernhard: non devo cedere al sentimentalismo famigliare che mi impedirebbe di dire la verità e mi farebbe fare causa comune con l’ipocrisia. È esattamente perché è difficile dirlo che va detto».

Il suo libro ha venduto molte copie e suscitato molte polemiche, l’hanno accusata di essere un traditore di classe.
«Ma a che cosa avrei dovuto restare fedele? All’abiezione? Il mio libro non è una vendetta, ma innanzitutto un atto politico, una denuncia della realtà nella speranza di cambiarla. È insopportabile quell’atteggiamento razzista che fa dipingere i poveri e certa provincia come il regno della semplicità, del buon selvaggio insomma. È una posizione molto borghese e conservatrice: guardate che carini, teniamoli così come sono».

Perché ha deciso di mettersi in gioco fino a questo punto?
«Era importante per me chiudere del tutto con quel mondo e quella gente. Sono stato vittima di ogni genere di violenza. Ma non è un esercizio narcisistico, tengo molto alla dimensione universale del mio libro. Molti lettori si sono ritrovati nella mia storia, anche se non sono omosessuali come me. Mi hanno scritto: sai io ero l’arabo, il nero, la cicciona o anche solo la femmina del gruppo. Lo scopo del libro è mostrare come i gruppi deboli si costituiscano in contrapposizione al diverso, a chi è quindi ancora più debole di loro».

I suoi genitori a un certo punto sembrano essere sfiorati dal dubbio: la madre odia quella vita, suo padre razzista lascia il Nord per un viaggio nel Sud con un amico maghrebino. Perché richiudono gli occhi subito dopo averli aperti?
«Sono condannati a essere quello che sono, non sono colpevoli. Non hanno gli strumenti per liberarsi, ecco perché tornano al punto di partenza. E il punto di partenza è la violenza, verbale o fisica. Ma era importante per me dare conto di questa complessità, che rende tutto più doloroso. Mia madre era capace di vergognarsi di me, il più delle volte, ma anche di essere fiera per i miei voti. Non è bastato a farle fare un impossibile salto di qualità».

Lei perché ce l’ha fatta?
«Questo è un punto importante. Non ho abbandonato Hallencourt perché ero più sensibile o più intelligente. Sono fuggito perché loro mi hanno fatto scappare, perché non potevo che mettermi in salvo così. Ma tutto il libro è il racconto di come Eddy Bellegueule cerchi disperatamente, dall’inizio alla fine, di conformarsi alla regola. È magro, ma si sforza di mangiare ogni schifezza pur di diventare obeso come gli altri. È timido, ma cerca di imitare il linguaggio scurrile. È effeminato, ma tenta anche lui di diventare un duro, fa le facce davanti allo specchio per assumere un’espressione più tosta. Mi sono salvato solo perché ho fallito nell’impresa più importante, alla quale ho dedicato tante energie, cioè diventare come gli altri».

Per questo sorrideva quando la picchiavano?
«Mi vergognavo di essere umiliato. Aspettavo i miei due carnefici, che ogni mattina a scuola mi riempivano di botte, per rendere loro il compito più facile e non dare nell’occhio. Provavo a sorridere per non farmi vedere per come ero in realtà, cioè terrorizzato, mortificato. Sono stato, in un certo senso, complice delle violenze».

Grazie ai buoni voti riesce ad andare al liceo ad Amiens e poi all’École normale supérieure di Parigi. Lì invece ha trovato più gentilezza?
«Non è la stessa cosa essere gay nelle classi popolari o nella borghesia intellettuale o dedita alle arti, questo va detto. Ma la violenza è costitutiva della società e ce n’è molta anche nelle altre categorie. Quando Eddy arriva nel nuovo ambiente, con il suo giubbotto Airness comprato dalla mamma, si vergogna, perché gli si fa subito capire che quello stile è inadeguato. Dopo tre giorni nel nuovo liceo, lo butta nella spazzatura. E poi arriva un altro ragazzo, che gli dà del finocchio. Tutti ridono, e anche Eddy. ».

Lei è felice adesso?
«Da quando non sono più Eddy Bellegueule sto molto meglio. Ho l’impressione di avere colto qualcosa con il mio libro, e cioè la questione attuale che non è come integrarsi, ma piuttosto come riuscire a strapparsi ai legami sociali nei quali siamo continuamente re-inclusi, la scuola, lo Stato, la famiglia. Sono i temi affrontati da Xavier Dolan nel suo ultimo film o dal filosofo Geoffroy de Lagasnerie, o dal sociologo Didier Eribon, al quale dedico il mio libro. Rivendico il self-fashioning di Michel Foucault: il diritto di farla finita con quello che si è stati, per inventarsi in un altro modo».

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